Premio GammaDonna 2025 — Intervista al giurato Giancarlo Puddu, COO Seed Capital Pro






Premio GammaDonna 2025 — Intervista a Giancarlo Puddu | Seed Capital Pro


Premio GammaDonna 2025 — Intervista a Giancarlo Puddu, COO Seed Capital Pro

Innovazione, impatto e leadership femminile: uno sguardo autentico sull’impresa che trasforma il futuro dell’Italia.
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Cosa vuol dire davvero valutare l’innovazione in Italia? E quanto conta, oggi, la leadership femminile, se la posta in gioco è il futuro di un Paese?

Sono domande che non permettono risposte scontate—né le cercano. Da oltre vent’anni, il Premio GammaDonna si è consolidato come osservatorio autorevole dell’imprenditoria femminile capace di scardinare stereotipi e portare all’attivo numeri, visione e impatti reali. Ogni edizione è selezione dura, confronto concreto, comunità vera: il dialogo con capitale ed ecosistema istituzionale non è più opzione, ma necessità.

Seed Capital Pro, con il suo Chief Operating Officer, Giancarlo Puddu, siede in giuria nelle edizioni 2024 e 2025. Un’esperienza che, tra strategie, investimenti e metriche di impatto, si è fatta palestra di metodo, banco di prova metodologico: qui si separa la retorica dal cambiamento che lascia tracce, la buona narrazione dalla scalabilità concreta.

Come team di Seed Capital Pro, abbiamo scelto di trasformare questa presenza in una testimonianza condivisa, trasparente e senza zone d’ombra: un’intervista tra la nostra Greta dell’Advisory Team e Giancarlo, interna ma aperta, costruita sui rilievi emersi “sul campo”.

Greta – Cosa significa, per te come manager, strategist e investitore, sedere in giuria al Premio GammaDonna?
Giancarlo: «Diciamolo schiettamente: qui nessuno sta in fondo alla sala ad applaudire in attesa del buffet. Stare in giuria al GammaDonna è, senza giri di parole, un lavoro da detective aziendale e HUMINT [Human Intelligence, NDR], come piace a me: vai a fondo nei dossier, scavi tra i numeri, pesi governance e strategie, spesso discutendo senza filtri quando la narrazione vuole prendere il sopravvento sulla sostanza. Il glamour qui rimane fuori dalla porta; quello che conta davvero è la voglia di capire “su cosa scommettere”, perché ogni nome in shortlist pesa sul sistema e sulle traiettorie future del Paese.»
Un’immagine forte. Ma nel concreto, cosa comporta davvero questo ruolo?
«Ogni volta sento che si tratta di responsabilità vera: non giudico solo la singola impresa, ma la direzione di un ecosistema intero, che spesso evolve nei suoi punti ciechi. Non è questione di scovare la “next big thing” da vetrina, ma riconoscere tutte quelle imprenditrici che, fuori dai riflettori, stanno riscrivendo le regole anche con una governance lineare o una metrica azzeccata. Lo confesso: trovo più adrenalina in una nota a margine di bilancio che in una slide da manuale.»
E quando porti il cappello di Seed Capital Pro in giuria?
«Porto sempre con me una buona dose di diffidenza costruttiva: l’istinto di chi vuole vedere il dato che regge, andare oltre le parole, testare visione e coerenza di sistema. L’entusiasmo è importante—e qui ce n’è molto, credimi—ma da solo non basta nemmeno per passare una due diligence basilare. L’ambizione, per chi fa come me lo strategist per investitori istituzionali internazionali ma anche il COO della mia “piccola” Seed Capital Pro, è riconoscere chi può davvero scalare e cambiare gioco, non chi si ferma alla promessa.»
Il dato è tutto? Non rischia di raffreddare la lettura delle storie?
«I numeri non mentono, ma vanno letti con attenzione critica. In Italia, oggi, oltre 1,3 milioni di imprese sono guidate da donne—il 22% del tessuto produttivo nazionale: sono dati dell’Osservatorio Unioncamere/InfoCamere 2024. Però se lo sguardo si sposta su tecnologia, innovation driven business o deep tech, la platea si riduce drasticamente. La giuria qui è una vera spedizione ai confini: molto meno spazio per narrazioni patinate, massima attenzione alla sostanza.»
E alla fine allora, cos’è per te l’innovazione?
«La faccio semplice: innovazione, per me, è un mix di disruptive intelligence, intuito, analisi e un filo di coraggio. I dati sono essenziali, ma spesso la vera svolta arriva prima che i numeri la certifichino. Chi avrebbe previsto la prima fotocamera su un telefono? Nessun indicatore l’aveva messo in agenda: lì c’era intuito, quella cosa che nel calcio chiamano “occhiometro”, caro agli addetti vecchio stampo. Ecco, io cerco di usare sempre entrambe le lenti: senza dati niente futuro, ma senza intuito, niente vero cambiamento.»
Hai parlato di “occhiometro” e di come la vera innovazione arrivi prima dei dati. Ma non è una contraddizione per chi, come te, è anche data-driven?
«Non è una contraddizione, è proprio la sintesi che serve oggi. I dati ti dicono dove sei stato, l’intuito dove stai andando. Il problema nasce quando confondi i due piani: se aspetti che i dati ti confermino un’opportunità, probabilmente sei già in ritardo. L’occhiometro ti fa cogliere segnali deboli, pattern non ancora evidenti, discontinuità che i numeri non hanno ancora fotografato. Poi, ovviamente, devi validare tutto con metriche serie, ma il movimento iniziale è quasi sempre intuitivo.»
E questo come si traduce nel valutare le imprenditrici innovative? Cosa emerge davvero dalla sostanza, al di là delle narrazioni?
«Qui tocchi un punto che mi ossessiona: l’abuso della parola “efficienza”. Senti sempre parlare di “efficienza di processo”, “efficienza operativa”, “efficienza di sistema”. Ma la disruption vera non è questione di efficienza – è questione di efficacia. Se no, non è disruption, è solo ottimizzazione dell’esistente. Tantissimo, certo, ma non tutto.»
⚡ DISRUPTION VERA
La disruption non è questione di efficienza – è questione di efficacia. Il business tradizionale chiede: “Come faccio le stesse cose spendendo meno?” L’innovatrice vera si chiede: “Cosa devo fare di diverso per ottenere risultati impossibili?”
Spiegaci meglio questa distinzione…
«Il business tradizionale come molto di quello che si autoproclama “innovativo” guarda all’efficienza: “Come faccio le stesse cose spendendo meno?” Non solo nelle aziende storiche, quindi, ma anche in chi si dichiara innovatore seriale. L’innovatrice vera si chiede: “Cosa devo fare di diverso per ottenere risultati che prima erano impossibili?” È una mentalità che parte da un livello completamente diverso. Le candidate che mi colpiscono di più sono quelle che non si limitano a rendere più efficiente un processo esistente, ma che ridefiniscono il problema stesso. E sia chiaro: questa ambivalenza efficacia vs efficienza c’è da sempre, ma ora sembra la retorica mitologica dell’epoca d’oro dell’efficienza.»
E questo cambia anche il concetto di “nicchia”?
«Esatto. La “nicchia” non è più il piccolo segmento di mercato dove ti nascondi dalla concorrenza. È il punto di partenza per ripensare interi ecosistemi. Ho visto e imparato a conoscere imprenditrici che partivano da settori apparentemente marginali, per poi influenzare filiere intere. Il concetto di nicchia va ridisegnato: non è più un limite, ma una leva strategica.»
Ma ci sono settori dove questa efficacia è più difficile da misurare?
«Assolutamente. E qui entriamo in un territorio che spesso si preferisce non toccare: ci sono imprenditrici che devono dimostrare la loro efficacia in ecosistemi non solo strutturalmente maschilisti, ma anche ad alto indice di infiltrazione criminale. Lì l’efficacia non si misura solo in termini di fatturato o market share, ma in capacità di tenuta, di costruzione di reti pulite, di resistenza a pressioni che le statistiche ufficiali non riescono spesso a fotografare. In questi casi non c’è solo il soffitto di cristalloLa solitudine di chi decide: una sfida reale nel mondo imprenditoriale che già blocca, ma anche la palude che tira giù. E, di nuovo, occhio a non limitarsi a chiamare “efficienza” questa sopravvivenza in ambienti molto ostili: qua è efficacia che consolida in adattività. Fosse solo efficienza…»
🎯 DOPPIA PRESSIONE
Non c’è solo il soffitto di cristallo che blocca, ma anche la palude che tira giù. L’efficacia si misura in capacità di tenuta, costruzione di reti pulite, resistenza a pressioni invisibili.
Un tema delicato…
«Delicato ma reale. Ho in mente candidate che hanno costruito imprese solide in contesti dove ogni decisione strategica deve fare i conti con variabili che nei business plan non trovi mai scritte. E quando queste imprenditrici riescono a scalare, a creare occupazione pulita, a diventare riferimento per il territorio, quella è efficacia pura. Lì l’innovazione non è solo tecnologica o di processo: è sociale, culturale, quasi sempre anche antropologica.»
Il processo di selezione vi ha portato a osservare, quindi, da vicino un bello spaccato d’imprenditoria femminile italiana. Cosa vi ha colpito oltre i numeri e le metriche?
«Quello che mi ha stupito di più è stata la capacità di trasformare sfide personali in occasioni di business autentiche. Ho visto founder che sono partite da esperienze difficili—una malattia, una perdita, un ostacolo familiare—e le hanno trasformate in visioni imprenditoriali concrete. Non si tratta di storytelling emotivo, ma di chi ha saputo leggere un bisogno profondo e costruirci sopra una risposta di mercato seria.»
E nei settori più tradizionali?
«Lì è emersa una cosa bellissima: il rispetto per la legacy combinato con la capacità di ripensamento radicale. Ho visto imprenditrici che hanno preso in mano aziende di famiglia—dalla manifattura all’agroalimentare—e le hanno proiettate nel futuro senza tradire l’identità originaria. Sanno tenere insieme la memoria e l’innovazione, il rispetto per quello che c’era prima e il coraggio di andare oltre.»
Come si manifesta questa capacità di “tenere insieme”?
«In quello che definirei un sano approccio con… distacco dalla tecnologia del momento. Non corrono dietro all’ultima moda digitale, ma scelgono con precisione chirurgica gli strumenti che servono davvero al loro progetto. È una maturità strategica che mi ha colpito: sanno distinguere tra what’s hot e what’s useful. Usano l’innovazione per potenziare l’essenza del loro business, non per snaturarlo. Governance e non asservimento: forse un ulteriore positivo esempio di insofferenza proattiva ai dettami esterni. Governance, appunto.»
Hai usato spesso la parola “governance”. Non è in contraddizione con la disruption?
«Al contrario! Governance viene da kubernétes—il timoniere, quello che tiene salda la mano sul timone mentre ha la vista acuta sull’orizzonte. Non è apolide: è kubernétes, anzi… kubernètissa. Ed è esattamente quello che ho visto nelle candidate più forti: piena cittadinanza tecnologica, mano salda e vista lunga. Si portano dietro passato e presente, ma senza paura delle colonne d’Ercole, senza timore di esplorare territori nuovi.»
💡 LA KUBERNÈTISSA
Governance non è burocrazia: è l’arte di guidare il cambiamento senza perdere la direzione. La kubernètissa tiene salda la mano sul timone mentre ha la vista acuta sull’orizzonte.
Una metafora potente…
«È quello che succede davvero: queste imprenditrici sanno essere timoniere di processi complessi. Non improvvisano, non si fanno trascinare dalle correnti del momento. Studiano le rotte, calcolano i rischi, ma quando è il momento di puntare verso l’ignoto, non esitano. Governance non è burocrazia: è l’arte di guidare il cambiamento senza perdere la direzione.»
E questo come si traduce in pratica aziendale?
«In una disruption consapevole. Ripeto, ho visto candidate che hanno rivoluzionato settori interi— aggiungo, rispetto a prima, dall’healthcare alla logistica—ma sempre mantenendo un filo rosso con la tradizione, con le competenze storiche, con i valori che funzionano. Non è disruption per distruggere, ma per far fiorire quello che già c’era di buono e portarlo a un livello superiore.»
Quale considerazione finale su questo approccio?
«Quello che ho visto è una specifica forma di leadership: meno testosterone competitivo, più intelligenza strategica-collaborativa. Queste imprenditrici non hanno paura di ammettere quando non sanno qualcosa, ma sanno sempre dove andare a cercarlo e, se non sanno, non si tirano indietro dall’andare a cercare e chiedere. Costruiscono ecosistemi e non imperi, creano valore condiviso e non giochi a somma zero. Si badi bene: è il futuro prossimo dell’impresa italiana, e non solo femminile.»
Cosa hai imparato da questo percorso che vorresti trasmettere a chi, domani, entrerà in giuria al tuo posto?
«Tre lezioni che valgono più di qualsiasi manuale di due diligence. Prima: diffidare sempre dei casi troppo perfetti e dei dati che sembrano troppo “puliti”. In ogni storia imprenditoriale c’è sempre una fragilità, un punto di tensione, una sfida nascosta. Chi presenta tutto liscio probabilmente sta nascondendo qualcosa o, peggio, non ha la consapevolezza delle proprie vulnerabilità. Secondo: ascoltare le storie ai margini, quelle che non prendono la strada principale. L’innovazione spesso si annida proprio dove non avevi intenzione di guardare, in quegli angoli che sembrano secondari ma che in realtà nascondono i semi del futuro. È la mia personale attrazione verso la serendipità. Terzo: restare sempre aperti a cambiare idea, avere sempre una domanda nuova in tasca. La rigidità mentale è il primo nemico di chi deve riconoscere il cambiamento.»
💡 SERENDIPITÀ E DOMANDE
Più che da chi sa dare risposte, apprendi da chi sa fare domande. L’innovazione si annida dove non avevi intenzione di guardare.
Soffermiamoci su una parola centrale di GammaDonna: empowerment. Oggi, più retorica o più strumenti reali?
«Un po’ di retorica resiste ancora, sarebbe ingenuo negarlo. Ma quello che ho visto in questi anni è una svolta sostanziale: finalmente—e questa è una conquista degli ultimi anni anche nelle aziende e nelle organizzazioni più mature—si parla e si misura con strumenti praticabili e praticati. Advisory board strutturati, mentoring che va oltre le chiacchiere motivazionali, networking che crea valore reale, formazione manageriale seria, accesso facilitato ai capitali, programmi di accelerazione che funzionano davvero. Chi oggi resta ancorato alla sola narrazione viene rapidamente superato anche da competitor più piccoli ma meglio attrezzati.»
GammaDonna ha integrato tappe di formazione, mentorship, networking: quanto sono davvero incisivi questi strumenti nel cambio di passo delle imprenditrici?
«Sono la leva—secondo me—più potente di tutto il programma. È qui che GammaDonna ha fatto la vera differenza rispetto ad altri premi: anche chi non vince entra automaticamente in un network di advisory qualificato, accede a training mirati, si confronta direttamente con investitori e mentor selezionati, partecipa a roadshow e matching day strutturati. Il vero premio non è una coppa, ma questo acceleratore di credibilità e di crescita misurabile. È esattamente il valore che noi in Seed Capital Pro abbiamo riconosciuto fin da subito: ottimi anche gli spot e la visibilità, ma qui Valentina e Marco [Valentina Parenti e Marco Parenti, NDR] hanno saputo mettere al centro la sostanza. Conosco Valentina e Marco dai tempi del liceo e sono due forze della natura: hanno saputo raccogliere un’eredità tanto forte quanto potenzialmente ingombrante, e hanno reso sempre straordinariamente significativa e attuale GammaDonna. Il “premio” è un ambito corollario ad un traguardo di consapevolezza, loro e delle partecipanti, che va oltre la materialità o la lusinga del primo posto. Funziona perché loro sono la prova vivente di quel che è adattabilità, del glamour che sta fuori dalla porta e lascia spazio alla sostanza. Poi abbiamo da sempre alcuni punti di vista — parlo soprattutto con Valentina — differenti: non divergenti ma differenti. Ma è la loro capacità di far tesoro anche delle voci un po’ fuori dal coro, come la mia. E poi hanno tanta pazienza…»
E allora veniamo alle differenze. Dal vostro osservatorio in SCP, quali best practice replicare e quali “buchi neri” evitare per promuovere business guidati da donne?
«Le best practice sono chiare: mentoring vero, non di facciata; accesso a valutazioni tanto oggettive e computabili quanto umanistiche; networking trasversale che rompe i silos settoriali. I buchi neri da evitare sono altrettanto evidenti: la narrazione fine a se stessa, la chiusura in cluster troppo omogenei, la sottovalutazione sistematica della governance e della managerializzazione. E qui mi permetto lo “spot” per Seed Capital Pro: il modello EST4ESG che abbiamo sviluppato e proposto alle imprese—anche al di fuori del premio—mira proprio a fornire strumenti di intelligence e supporto decisionale, quindi governance a piena cittadinanza tecnologica, non a nutrire semplicemente “storie di successo”.»
Un unico consiglio per una giovane imprenditrice che oggi parte da zero?
«Crea la tua metrica personale. Sfrutta, se del caso, le mode del momento o il KPI che va per la maggiore: impara a misurare impatto e progresso secondo quello che è percepito contare davvero nella tua filiera, nel tuo ecosistema specifico. Solo sviluppando questa capacità di adattamento e relativa misurazione autonoma puoi resistere alle oscillazioni del mercato e alle narrazioni mediatiche del momento. E il bello è che quando hai la tua metrica, quando sai raccontare i tuoi numeri veri, non hai più competitor diretti: parli la lingua della sostanza, e così puoi narrare distinguendoti davvero. Una sorta di surfer sulle onde del momento ma non da bastian contrario. Rimane poi la mia metrica personale che propongo: più che da chi sa dare risposte, apprendi da chi sa far domande. E, in un certo senso, è il distillato di questa mia risposta.»
💡 LA METRICA DELLE DOMANDE
Più che da chi sa dare risposte, apprendi da chi sa fare domande. È il distillato della vera innovazione.
Colgo l’invito: c’è una domanda che non ti ho fatto e che ti saresti aspettato?
«Forse questa: “Se fra dieci anni dovessimo guardare indietro a questo periodo, GammaDonna 2025 sarà stato un semplice premio o qualcosa di più strutturale per il sistema-Paese?” E la risposta che mi viene spontanea è: sarà stato, appunto, un laboratorio di metodo. Non solo per l’imprenditoria femminile, ma per ripensare come si fa innovazione in Italia. Quello che ho visto in giuria—la governance come kubernètissa, l’efficacia che riconquista posto davanti all’efficienza, la capacità di trasformare sfide personali in visioni di business—non sono caratteristiche “femminili”, sono caratteristiche del futuro. GammaDonna sta dimostrando che si può essere rigorosi senza essere rigidi, visionari senza essere velleitari, globali senza perdere le radici. E quando un ecosistema impara a riconoscere e premiare queste qualità, non sta solo facendo empowerment: sta facendo intelligence strategica per tutto il Paese. Fra dieci anni, spero, non parleremo più di “imprenditoria femminile” come categoria a parte, ma di imprenditoria italiana che ha imparato da modelli come quelli che passano per GammaDonna. Quella sarà la vera vittoria: quando la kubernètissa sarà semplicemente il modo normale di fare impresa in Italia, con una leadership che non si identifica più solo con il comando, ma con l’orchestrazione e la coerenza.»
A questo punto ci attendiamo un “Decalogo della Kubernètissa”.
«Bella questa! Touché! Ma ne riparleremo nel 2026…»

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